Austeritatearen jainkoa hiltzea

Uccidere il dio dell’Austerità – Daniele Basciu

(https://www.retemmt.it/i-libri/uccidere-il-dio-dellausterita-daniele-basciu/)

Uccidere il dio dell'Austerità - Daniele Basciu (pagina)

Sfatare le superstizioni della divinità Austerità

Scritto da Daniele Basciu e pubblicato nel settembre del 2013 da Edizioni Si, Uccidere il dio dell’austerità è il primo libro che spiega la Modern Money Theory utilizzando esempi della storia economica italiana.

Il libro offre gli strumenti per riflettere su cosa sia stata in passato, cosa sia oggi e cosa potrebbe essere la moneta per gli Stati e per le collettività che li esprimono, e su come potrebbe essere utilizzata in vista dell’interesse collettivo di queste società. E sul perché le cose siano andate e stiano andando in modo del tutto opposto.

Nella storia sono già esistite delle civiltà che per costruire e venerare degli dèi hanno distrutto se stesse e il proprio futuro, come accadde agli indigeni dell’isola di Pasqua che devastarono foreste e distrussero il loro futuro per erigere mute statue di pietra da adorare. È quello che sta succedendo in Europa, oggi: uomini che a loro volta distruggono il proprio futuro in nome di dèi privi di volto.

A partire dal 5 aprile 2016, per volontà dell’Autore e gentile concessione dell’Editore, abbiamo iniziato a pubblicare alcune pillole dal libro a puntate settimanali.

Puntata 1: La moneta è una creatura sociale. Ma il dio dell’austerità non vuole che si sappia
Puntata 2: La moneta metallica vincolava la capacità di spesa dei governi
Puntata 3: La moneta fiat: ciò che può uccidere il dio dell’austerità
Puntata 4: I Titoli di Stato: governare l’economia per non essere governati dall’austerità
Puntata 5: Le tasse: bisturi per l’economia o coltello in mano all’austerità
Puntata 6: Debito pubblico: lo chiamano zavorra ma è il motore per la crescita
Puntata 7: Il Quantitative Easing: quando la moneta da sola non basta

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La moneta è una creatura sociale. Ma il dio dell’austerità non vuole che si sappia

La moneta è una creatura sociale. Ma il dio dell’austerità non vuole che si sappia

di Daniele Basciu

Agli economisti mainstream piace dire che in un imprecisato periodo del passato gli uomini, abituati a scambiarsi tra loro le merci con il sistema del baratto iniziarono ad un certo punto a scambiare beni con pezzi di metallo con l’obiettivo di rendere più agevole lo scambio. La moneta nascerebbe come scelta razionale di individui che operano in un contesto di scambio beni sul mercato.

Questa interpretazione non ha un fondamento storico.

Lo ha invece una chiave di lettura diversa, che spiega la natura sociale della moneta. Nell’antichità le società, fondate su clan, gestivano l’approvvigionamento delle risorse tramite un meccanismo di tipo distributivo, e tra i diversi clan venivano a crearsi dei rapporti di debito-credito derivanti dalle offese e dai torti subiti negli scontri e nelle faide. Il meccanismo di offesa-compensazione diventava un rapporto sociale di debito-credito: chi subiva un danno godeva del diritto di vendetta tramite un credito da richiedere in termini di capi di bestiame, di ore di lavoro da prestare, ecc. Nel corso del tempo, la gestione di questi rapporti di debito-credito di origine “giudiziale” tra le persone arriva ad essere amministrata dalle autorità di governo con l’utilizzo di registrazioni su tavolette di argilla (un “Excel” primitivo). Con lo stesso metodo vengono in seguito registrati i rapporti commerciali di debito-credito. Di questo esistono testimonianze archeologiche concrete, che attestano che:

  1. i concetti di debito e credito hanno una natura SOCIALE e non derivano dall’attività dell’“homo oeconomicus”. Sono dunque utilizzati ben prima dello sviluppo di un reale sistema produttivo e allocativo di mercato;
  2. la registrazione e la compensazione contabile di rapporti di debito-credito avviene senza l’uso di “soldi fisici”;
  3. lo Stato (nella forma mista di potere politico-religioso) acquisisce la prerogativa di imporre un “debito universale” sulla cittadinanza nella forma e unità di misura stabilita dallo Stato stesso.

La moneta è una creazione sociale, quindi, ed è una creazione dello Stato.

Tratto dal capitolo primo, “Da dove vengono i soldi”, di Uccidere il dio dell’Austerità (Edizioni Sì)

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La moneta metallica vincolava la capacità di spesa dei governi

La moneta metallica vincolava la capacità di spesa dei governi

di Daniele Basciu

e questo piace al dio dell’austerità

Lo Stato sta all’origine di quello che è definibile come “moneta”. La moneta e il sistema di tassazione che ne impone l’uso compongono un sottosistema facente parte di un più ampio complesso di relazioni socio-politiche che costituiscono il sistema di governo di un territorio e della collettività che lo occupa.

La moneta emessa e spesa dallo Stato come monopolista è la moneta verticale, definibile come “i soldi dello Stato”. I rapporti commerciali di credito-debito tra i membri della collettività rientrano nella definizione di moneta orizzontale. In questo livello orizzontale, noto anche come “circuito monetario”, le banche, le imprese e le famiglie partecipano al circuito del credito erogato dalle banche: i “soldi delle banche”. Il circuito creditizio è l’infrastruttura immateriale che permette l’esistenza del moderno capitalismo (Alain Parguez).

I due livelli moneta (verticale) e credito (orizzontale) sono raffigurabili nella “piramide monetaria”.

Nel corso della Storia gli Stati hanno emesso per lo più moneta su supporto metallico, confrontandosi con un vincolo che potenzialmente limitava la capacità di spesa dei governi: la quantità di metallo a disposizione era il “tetto” per la creazione di moneta e la spesa che lo Stato poteva “permettersi”. Gli Stati hanno fronteggiato questo vincolo nelle maniere più diverse: conio di monete con quantità di metallo ridotto a parità di valore nominale di conio, politiche di esportazione mirate all’”accaparramento” di metalli preziosi provenienti dall’estero, incarceramento/esilio di chi aveva prestato soldi allo Stato, invasione degli Stati limitrofi. Anche gli Stati moderni hanno dovuto far fronte, prima della nascita della moneta fiat, al problema del proprio finanziamento, per lo più gestito mediante emissione di obbligazioni di Stato e indebitamento verso i capitali privati, gergalmente identificati come “Big Money” e storicamente impegnati in spostamenti internazionali alla ricerca di rendimenti reali quanto più elevati possibile.

Tratto dal capitolo secondo, “Lo Stato e i ‘soldi’: moneta, crediti, debiti”, di Uccidere il dio dell’Austerità (Edizioni Sì)

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La moneta fiat: ciò che può uccidere il dio dell’austerità

La moneta fiat: ciò che può uccidere il dio dell’austerità

di Daniele Basciu

Quando nel 1971 il presidente americano Nixon sospese la convertibilità del dollaro in oro, eliminando contestualmente anche il legame di cambio fisso tra le valute che aderivano agli accordi di Bretton Woods, la moneta creata dal nulla dallo Stato, detta per questo motivo fiat (dal latino: creata dal nulla), diventa

credito d’imposta su tassazione futura

Significa che l’unico impegno che assume lo Stato, nell’emetterla, è di accettarla in pagamento delle tasse che imporrà nel futuro.

La valuta spesa dallo Stato, da quel momento, è scambiata con le altre valute emesse dagli altri Stati in base al valore determinato dall’equilibrio tra domanda e offerta.

Gli unici limiti tecnici che si possono avere nell’emissione della moneta fiat sono quelli che uno Stato si può auto-imporre, limitando la propria sovranità monetaria.

Ad esempio, agganciando la propria valuta a quello di un altro Stato, come fece l’Argentina negli anni ’90 prima del default del 2001.

Oppure uno Stato può auto-limitarsi, come fecero i paesi aderenti allo SME quando s’impegnarono a contenere le oscillazioni tra i cambi delle valute all’interno di una banda definita.

Quando uno Stato ha la piena sovranità, non ha limiti di spesa dovuti alla mancanza di moneta. Il solo limite esistente è quello delle risorse reali rese disponibili dai privati e dalle aziende allo Stato in cambio dei soldi dello Stato.

La piena sovranità monetaria, il monopolio sull’emissione della propria valuta fiat, non convertibile e guidata dalle tasse, è lo strumento con cui uno Stato può sottrarsi ai condizionamenti dei mercati, ai condizionamenti del “big money”.

Tratto dal capitolo terzo. “Il 1971 e la nuova era”, di Uccidere il dio dell’Austerità (Edizioni Sì)

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I Titoli di Stato: governare l’economia per non essere governati dall’austerità

I Titoli di Stato: governare l'economia per non essere governati dall'austerità

di Daniele Basciu

In una situazione di piena sovranità monetaria, lo Stato spende attraverso un sistema costituito da Governo e Banca Centrale.

La Banca Centrale opera come ambiente di compensazione delle transazioni che avvengono tra banche commerciali, che sono obbligate ad avere presso la BC un conto cosiddetto di riserva.

Quando lo Stato spende, lo fa con degli ordini di accredito che incrementano il saldo di riserva della banca presso cui detiene il conto corrente il destinatario dell’accredito (destinatario che a sua volta gode di un incremento del proprio saldo di conto corrente presso la banca); il risultato finale della spesa dello Stato è che aumentano in aggregato le riserve delle banche presso la BC.

Nel caso in cui le banche dispongano di riserve in eccesso rispetto a quanto sono obbligate a detenerne presso la BC, cercheranno di collocarle rendendole disponibili sul mercato interbancario ad un interesse superiore a quello di remunerazione del conto di riserva detenuto presso la Banca Centrale. Se il rendimento delle riserve presso la BC è dello 0,5%, saranno disposte a cederle ad un’altra banca per tassi maggiori dello 0,5%.

Pertanto, poiché la spesa dello Stato determina un aumento delle riserve e quindi una immissione nel mercato delle stesse, questo eccesso imprime una spinta verso il basso dei tassi d’interesse interbancari, perché aumenta l’offerta di riserve nel mercato interbancario.

Uno Stato con la piena sovranità monetaria è sempre in grado di determinare la soglia sotto la quale non può scendere il tasso interbancario. Lo fa predisponendo un’opzione alternativa per le banche che hanno eccesso di riserve, offrendo loro di collocare le riserve in Titoli di Stato di cui lui definisce il rendimento.

Pertanto, se lo Stato offre alle banche la possibilità di collocare l’eccesso di riserve in un conto chiamato “Titoli di Stato“ ad un tasso dello 0,6%, nessuna banca sarà disposta a rendere disponibili e offrire sul mercato interbancario le proprie riserve-extra in cambio di un rendimento inferiore allo 0,6%, proprio perché per valori inferiori conviene l’acquisto di Titoli di Stato.

Lo Stato, emettendo e immettendo sul mercato Titoli di Stato, non finanzia la spesa pubblica ma drena l’eccesso di riserve del mercato interbancario. Non chiede soldi in prestito (non ne ha bisogno) per pagare la spesa pubblica, ma offre una possibile allocazione del risparmio finanziario. Infine, in questo sistema è lo Stato a decidere il tasso di interesse dei Titoli di Stato.

Tratto dal capitolo terzo, “Il 1971 e la nuova era”, di Uccidere il dio dell’Austerità (Edizioni Sì).

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Le tasse: bisturi per l’economia o coltello in mano all’austerità

Le tasse: bisturi per l'economia o coltello in mano all'austerità

di Daniele Basciu

Le tasse, in uno Stato con piena sovranità monetaria, non hanno la funzione di finanziare la spesa pubblica. Infatti lo Stato prima effettua la spesa pubblica, e solo in un momento successivo raccoglie le tasse. Non ha assolutamente bisogno dei soldi dei cittadini per poter spendere: la spesa è effettuata dallo Stato con istruzioni di ordini d’accredito denominati nella propria valuta in favore dei conti corrente dei destinatari.

La tassazione ha la funzione di imporre l’uso della valuta dello Stato, che altrimenti risulterebbe priva di valore intrinseco, generandone la domanda da parte del settore privato. Inoltre la tassazione è lo strumento con cui lo Stato può incentivare o disincentivare determinate attività, produzioni, oppure comportamenti. La tassazione è anche lo strumento con cui lo Stato può intervenire sull’inflazione, riducendo la capacità aggregata di spesa del settore privato.

Quando il volume della spesa dello Stato è maggiore del volume della tassazione successivamente riscossa, il risultato costituisce il deficit dello Stato ed il risparmio finanziario dei privati.

I deficit di uno Stato, sommati nel tempo, costituiscono il debito pubblico, che nella società ha due corrispettivi: la ricchezza reale rappresentata dai beni e servizi che lo Stato ha acquistato, e la ricchezza finanziaria netta che resta registrata nei conti dei beneficiari della spesa. Questa ricchezza, per lo Stato, è una registrazione contabile nel sistema Stato-BC. Il debito pubblico, pertanto, rappresenta la denominazione nella valuta dello Stato delle spese e degli investimenti che lo Stato ha fatto per sé stesso nel corso del tempo, ovvero la contabilità del valore nominale del proprio slancio verso il futuro espresso nella valuta di cui è monopolista.

Tratto dal capitolo terzo, “Il 1971 e la nuova era”, di Uccidere il dio dell’Austerità (Edizioni Sì)

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Debito pubblico: lo chiamano zavorra ma è il motore per la crescita

Debito pubblico: la chiamano zavorra ma è il motore per la crescita

di Daniele Basciu

Ci sono due differenze tra i soldi spesi dallo Stato e quelli creati come credito dal sistema bancario: la prima differenza riguarda le finalità, la seconda la natura dei soldi spesi.

Lo Stato spende i soldi avendo come obiettivo il bene pubblico (anche se è vero che non sempre è così), per realizzare quella dotazione di ricchezza reale che la collettività del presente lascia in eredità alla generazione successiva (acquedotti, dighe, ospedali, scuole, ferrovie, territorio non inquinato, ricerca, ecc..). L’interesse pubblico è un concetto slegato dal profitto: un servizio sanitario di alto livello erogato nei piccoli centri non può generare un profitto.

Dall’altro lato, l’erogazione del credito all’attività imprenditoriale privata è funzionale a generare profitto per attività d’impresa, e non è finalizzata al bene della collettività.

L’erogazione del credito coincide al tempo stesso con attività di spesa dei privati e con un indebitamento di soggetti privati nei confronti del sistema bancario (anch’esso collocato nel settore privato); il risultato può essere un aumento della domanda aggregata e ad un aumento dell’occupazione, ma tutto questo, per quanto positivo, non va necessariamente a vantaggio dell’interesse pubblico.

Inoltre, l’aumento dell’indebitamento aggregato da parte di famiglie e imprese (un “risparmio finanziario negativo”) non può durare lungo, e in genere si conclude con una fase di brusca e violenta riduzione del tasso d’indebitamente e del volume del debito, minore domanda aggregata, minor produzione e quindi meno posti di lavoro necessari.

In questo contesto, l’unico soggetto che può spendere in deficit per compensare la domanda aggregata che viene meno e i relativi livelli occupazionali è lo Stato.

La sintesi è che il debito, sia esso pubblico o privato, è necessario al funzionamento del sistema economico in cui viviamo. Ma, mentre l’accumulo del debito da parte dei privati non può durare a lungo ed è caratterizzato da andamento ciclico, l’accumulo del debito per uno Stato (denominato nella moneta fiat di cui è monopolista) non è un problema, perché si tratta di una figura contabile: sono soldi (passività finanziarie) che lo Stato non deve restituire a nessuno, non avendoli presi in prestito da nessuno.

Tratto dal capitolo quarto, “Qualche cosa permessa agli Stati con sovranità monetaria”, di Uccidere il dio dell’Austerità (Edizioni Sì)

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Il Quantitative Easing: quando la moneta da sola non basta

Il Quantitative Easing: quando la moneta da sola non basta

di Daniele Basciu

Abbiamo svariati esempi di uso della sovranità monetaria non orientati al benessere della collettività: il QE (Quantitative Easing) è il prototipo perfetto. Agli occhi di molti rappresenta la massima espressione di ciò che possono fare gli Stati con sovranità monetaria, nella realtà è uno strumento del tutto inadeguato a ridurre la disoccupazione. I detrattori della MMT affermano che il QE è la prova provata che “stampare moneta come dice la MMT non funziona”, dimostrando così di non conoscere la MMT.

Il QE è uno strumento inadeguato a ridurre la disoccupazione per due motivi, legati alla filosofia del QE ed al meccanismo di creazione del credito da parte delle banche.

L’obiettivo del QE non è il finanziamento diretto di un intervento di spesa dello Stato, ma lo stimolo del credito nel settore privato, credito che dovrebbe alimentare la spesa di imprese e famiglie.

Nella realtà il QE consiste nell’acquisto, da parte della Banca Centrale, di Titoli di Stato già emessi dal Tesoro; in cambio “cambia i numeri” dei conti di riserva che le banche hanno presso la Banca Centrale. Operativamente, abbiamo lo spostamento di numeri da un conto deposito (il titolo di Stato) a un conto riserva (presso la Banca Centrale). Non c’è nessuna “stampa di soldi” o “iniezione di liquidità” connessa ad un intervento nell’economia reale. Anzi, l’operazione rimuove dal sistema economico il reddito da interesse che il detentore dei titoli percepisce, assorbito dalla BC insieme al titolo.

Il secondo punto ruota intorno alle aspettative sul QE come stimolo all’economia reale, fondate sull’errato convincimento che, nell’erogazione del credito, le banche commerciali siano vincolate al meccanismo del “moltiplicatore monetario”. Secondo tale scorretto presupposto, le banche creerebbero e concederebbero credito come multiplo delle riserve bancarie detenute presso la Banca Centrale; pertanto, a seguito di un incremento (conseguente al QE) dell’entità di queste riserve, le banche andrebbero proporzionalmente a creare più credito. Ma questo non corrisponde alla realtà. Nella realtà, non esiste una catena di trasmissione diretta che parte dall’espansione delle riserve bancarie e porta all’incremento dei volumi di credito erogato al settore privato. Le banche non prestano riserve alla clientela, e non erogano più prestiti come conseguenza dell’incremento delle riserve.

Pertanto, come afferma Warren Mosler, il QE

Non ripristina la domanda aggregata, ma semplicemente riposiziona asset di natura finanziaria. Opera sui prezzi (tassi di interesse), non sulle quantità.

Tratto dal capitolo quinto, “La moneta da sola non basta”, di Uccidere il dio dell’Austerità (Edizioni Sì)

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