ReteMMT: Ivan Invernizzi-ri egindako elkarrizketa


Parliamo di MMT. Scriptema intervista Ivan Invernizzi1

Redazione

Pubblichiamo l’intervista di Scriptema a Ivan Invernizzi che illustra in maniera efficace e sintetica alcuni punti chiave della MMT.

La Redazione

Scriptema intervista: Ivan Invernizzi

L’idea di intervistare Ivan è nata come un vero e proprio fulmine a ciel sereno. Lo conoscevo da diversi anni, più precisamente dal giorno in cui venne ad istruire noi studenti di un liceo scientifico in provincia di Bologna riguardo al concetto intrinseco di moneta. La semplicità descrittiva di Ivan è il suo punto di forza indiscusso e la maestria con la quale trattò un tema macroeconomico sconfinato, quale appunto la moneta, utilizzando dei semplici pezzetti di carta bianchi fu per me illuminante. Oggi, dopo l’esame di maturità e due anni intensi di economia all’università di Bologna, ho l’opportunità di conversare telefonicamente con lui sulle ragioni che lo hanno spinto a sposare la causa di “Rete MMT”.

Ciao Ivan, è un piacere risentirti!

Il piacere è tutto mio. Ringrazio te e tutto lo staff di Scriptema per la possibilità che mi concedete. [la gentilezza e la disponibilità di Ivan sono costanti ogni qualvolta che mi accingo a conversare con lui].

Prima di parlare di economia, raccontaci brevemente chi sei e cosa fai nella vita…

Certo! Mi chiamo Ivan Invernizzi, sono laureato in economia politica all’università di Bergamo. Sono al secondo anno di “Master of Science in economics and global market” (agli economisti non piacciono i nomi brevi e concisi…). La mia storia e quella della MMT si intrecciarono nel maggio 2012, quando entrai in contatto con questa realtà economica grazie alla partecipazione a due seminari di economia monetaria. Diversi aspetti della  “Modern Money Theory” mi convinsero e mi spinsero ad intraprendere un percorso di approfondimento prima, ed attivismo poi, che mi portò a diventare parte integrante dell’azione di divulgazione della MMT (Modern Money Theory) in ReteMMT.

Si sente spesso parlare di teoria monetaria (o “Monetarismo”) e approccio liberista al mercato, voi seguite la falsariga di questo approccio? 

No, nella maniera più assoluta! Anzi, siamo all’opposto direi. La teoria Monetarista basa la sua ricerca sul nesso causale tra mercato del lavoro e inflazione, sviluppando il classico concetto di “tasso naturale di disoccupazione” di memoria Friedmaniana. L’approccio di MMT è invece un approccio di economia politica, originatosi dalle intuizioni dell’economista ed imprenditore Warren Mosler, il quale mira a porre l’accento sul fatto che la piena occupazione, in combinazione con la stabilità dei prezzi, è sempre possibile. Ci hanno fatto credere per molto tempo che tagli alla spesa pubblica ed aumento del livello di tassazione fossero le medicine giuste per costruire un futuro fatto di progresso ed occupazione descrivendo l’AUSTERITA’ come una sorta di strumento di espiazione. Una narrazione giustificata solo da interessi politici non da reali basi scientifiche.

L’approccio di MMT è un approccio di economia politica, originatosi dalle intuizioni dell’economista ed imprenditore Warren Mosler”

Quindi il reale obiettivo di Rete MMT è quello di “uccidere il dio dell’Austerità” a dispetto di qualsiasi visione economica e politica europea?

Lo scopo della nostra associazione è “spiegare come mantenere la piena occupazione e la stabilità dei prezzi costruendo le premesse per il progresso socioeconomico”. La crisi del 2007 ed il successivo governo tecnico di Monti portarono molte persone anche nella società civile a mettere in discussione il “paradigma dominante”. Rete MMT nasce in quel contesto e si propone di ribaltare il discorso egemone con la Modern Money Theory, smontando i dogmi dell’economia Mainstream ed evidenziando come sia sempre possibile un mondo in cui tutti hanno accesso ad un lavoro ed ad una vita dignitosa in un quadro di progresso sociale.

Non ritieni che la situazione del debito italiano rappresenti un limite difficilmente contrastabile per la nostra economia?                    

Permettimi di dissentire. Il punto fondamentale è che il debito pubblico è solo una registrazione contabile. Uno stato che spende 100 e tassa 90 sta lasciando 10 di risparmio in tasca ai privati e sta aumentando di 10 il debito pubblico. Il debito pubblico non è altro che la ricchezza finanziaria privata. Queste attività finanziarie nette del settore privato denominate in valuta possono prendere la forma di riserve bancarie (numeri in un conto elettronico presso la banca centrale), contanti o titoli di stato. I titoli di stato sono solo una forma che il debito pubblico prende e dal punto di vista tecnico non esistono in sé problemi a riconvertirli in riserve bancarie. Si tratta solo di un’operazione contabile-informatica fatta dalla banca centrale.

Il problema è che oggi la banca centrale è molto lontana dal potere democratico e l’eurozona si è autoimposta vincoli nell’uso della valuta che impediscono agli stati di attivare completamente le loro economie.

Sembra molto facile, quasi troppo. Per quale motivo le istituzioni europee non si sono ancora decise a rivedere politiche di austerity quali Fiscal Compact e Regola del 3%?

Purtroppo, il motivo risiede nella politica e non nell’economia. Imporre la disoccupazione impedendo allo stato di spendere in deficit va a cambiare i rapporti di forza nel settore privato rendendo più ricattabile chi vive del proprio lavoro e aumentando il potere delle oligarchie, dei vertici delle catene di comando capitalistiche. Pensate alle regole del Trattato di Maastricht del ‘92, già allora si conoscevano gli effetti devastanti di una possibile politica restrittiva a livello europeo eppure si è andati verso la creazione di regole completamente arbitrarie e scientificamente infondate. Ma, una cosa è certa e gli studenti di economia dovrebbero stamparla nella propria mente. Finchè c’è disoccupazione vuol dire che il sistema economico dispone di capacità produttiva inutilizzata e solo aumentando il deficit pubblico (aumentando la spesa e diminuendo le tasse) è possibile raggiungere la piena occupazione.

Dunque, non esiste alcun limite all’indebitamento? 

Ti rispondo con una domanda: Quand’è che il deficit è eccessivo? Quando vai oltre la piena occupazione, dopo quel livello, continuare a finanziare con spesa a deficit significa solo ridenominare la valuta (modificare il suo valore nominale) dato che ad un aumento della spesa non può corrispondere un aumento del valore reale prodotto. Attenzione: un maggior livello di deficit e quindi di indebitamento, gioverebbe anche ad un paese forte e altamente produttivo come la Germania che pure presenta dei livelli di sottoccupazione in alcuni land soprattutto a Est. Lo ripeto, il problema dell’Eurozona è il deficit pubblico troppo piccolo che crea disoccupazione e che poi viene distribuita con il commercio internazionale interno all’eurozona.

Il problema dell’Eurozona è il deficit pubblico troppo piccolo che crea disoccupazione e che poi viene distribuita con il commercio internazionale interno all’eurozona.”

Tuttavia, concorderai con me sul fatto che il livello di surplus commerciale tedesco rispecchia una situazione decisamente più sostenibile rispetto alle economie dei PIIGS (tra cui l’Italia).

No. Non vi è nulla di insostenibile in sé in una bilancia commerciale in deficit. La disoccupazione non nasce da un problema di deficit commerciale. Cercare di imporre un pareggio dei rapporti commerciali tra paesi non porta alla risoluzione del problema della disoccupazione, bensì ad uno spostamento della disoccupazione da un paese all’altro. Se imponiamo alla Germania di esportare di meno e ci mettiamo noi ad esportare al suo posto si avranno semplicemente più disoccupati in Germania e meno in Italia. E non è ciò che vogliamo.

Stai ripetendo quasi ossessivamente “più deficit, più debito”. Questo perchè “fare più deficit significa fare più investimenti”?

Non necessariamente, la disoccupazione trascende la dotazione di capitale fisso o di fattori della produzione in generale. L’occupazione è una funzione della spesa che viene realizzata nell’economia e non necessariamente solo di quella per investimento. Faccio un esempio: l’istruzione non è considerata come una forma di investimento da parte dello stato, tuttavia credo saremo tutti d’accordo nel definire questa come la forma più importante di spesa statale! Ma come qualsiasi spesa, attiva forza lavoro a prescindere dal fatto che questa sia classificabile come investimento per cui attenzione a parlare unicamente di investimenti..

Pare un ragionamento classicamente Keynesiano, dove sta l’eccezione?

Le conclusioni sono sovrapponibili in molti aspetti ma noi partiamo dal concetto di monopolista della valuta che ci consente di comprendere esattamente i meccanismi di determinazione dei termini di scambio della valuta, dei cambi e dell’inflazione.

Sì più specifico.

Ragioniamo sotto l’aspetto del deficit nel suo complesso (il quale non è altro che la spesa aggregata dello stato meno la tassazione, cioè le entrate statali). La tassazione di per sé genera un bisogno di valuta dando vita anche ad una richiesta di risparmio privato. Dal momento che tutti sono tassati in una valuta tutti devono procacciarsi quella specifica valuta e quindi sono venditori di lavoro, merci o servizi in tale valuta. Nel momento in cui questa richiesta di valuta non viene soddisfatta ci imbattiamo nella disoccupazione. Dunque, quello che la ReteMMT propone è, da un lato l’aumento della spesa pubblica, dall’altro LA DIMINUZIONE DELLE ENTRATE STATALI (e quindi un abbassamento della pressione fiscale) come strategia per giungere ad un regime di piena occupazione. Ma sto mettendo troppa carne al fuoco forse…

Prego Ivan, prosegui…

Tornando alle differenze con la teoria di Keynes, noi riteniamo che la politica monetaria non possa eliminare la disoccupazione, come neanche Keynes al contrario di molti suoi sedicenti seguaci. Facciamo un esempio per capirci meglio; lo stato paga interessi ai cittadini (al settore privato) come rendimento dei titoli di stato, se a parità di altre condizioni diminuisci i tassi d’interesse (manovra monetaria ritenuta espansiva) stai tagliando anche i redditi di questi privati (meno soldi che vanno nelle tasche di queste persone). Ciò fa immediatamente rallentare, non accelerare, l’economia.

Non basterebbe alzare i tassi d’interesse per ovviare al problema?

Potrebbe essere una soluzione, ma a livello distributivo sarebbe un grave errore [utilizza un altro sostantivo, meno elegante] perchè finirebbe con il remunerare i grandi “rentier”. Per cui, la strada è fare deficit direttamente con la spesa primaria non con quella per interessi.

Torniamo a parlare di manovra fiscale espansiva, tuttavia tra gli effetti del famoso Helicopter Money non è presente quello di svalutare eccessivamente la moneta e portare a fenomeni di iperinflazione?

Giusta domanda, ma la risposta è che la politica fiscale espansiva di cui parliamo non consiste in soldi inseriti gratis nelle tasche dei privati. Consiste in spesa pubblica che remunera produzione reale spendendo a prezzi costanti cioè nella misura in cui attiva la capacità produttiva. Quando pensiamo alla creazione monetaria alcuni immaginano un elicottero che sparge banconote a caso. Ma in realtà i soldi con la spesa in deficit vengono dati solo in cambio di beni/servizi. Crei moneta con la spesa ma la immetti nell’economia dei termini di scambio e contribuisci ad innescare un processo produttivo.

Per quanto riguarda i casi di iperinflazione, la storia ci insegna che questi furono generati sempre da problemi nel sistema produttivo, dall’effetto di guerre o guerre civili e dalla presenza di sistemi a cambi fissi (come il caso dello Zimbabwe o della Germania del primo dopoguerra). Sicuramente non casi di sistemi con valuta a cambi fluttuanti con uno stato che spende fissando i termini di scambio della valuta.

Arriviamo al dunque, cosa dovrebbe fare l’Italia per riappropriarsi della possibilità di fare spesa a deficit ad libitum?

Domanda importante. Noi di Rete MMT abbiamo sviluppato un piano d’azione con due possibili vie d’uscita da questa situazione finanziaria insostenibile. Opzione A: si dà vita ad un atto di politica estera, vale a dire un ultimatum all’unione europea. Chiediamo la possibilità di aumentare il limite al deficit dei trattati dall’3%, al 8% almeno. Se, come probabile, le istituzioni europee dovessero ignorare la richiesta si passerebbe al piano B. Entrare in una nuova valuta nazionale cominciando a tassare e spendere in tale valuta, fare deficit denominato in lire e costruire un piano di lavoro di transizione per tutti coloro che non trovano un lavoro dignitoso nel settore privato.

Opzione A: si da vita ad un atto di politica estera, vale a dire un ultimatum all’unione europea. […] piano B: entrare in una nuova valuta nazionale cominciando a tassare e spendere in tale valuta

Ho letto dei vostri punti per l’Italia, puoi riassumerli brevemente?

Molto semplici ed in parte li ho già descritti.

1- Si dà un ultimatum all’Europa, 8% di deficit oppure tanti saluti;

2- Se l’Europa non dovesse accettare le condizioni subito con lo spendere e tassare in Lire con una nuova banca centrale nazionale.

3- Lo stato Italiano non converte i depositi bancari da Euro a lire

4- Lo stato Italiano garantisce i depositi in lire al 100%

5- Offrire un lavoro transitorio a tempo pieno a tutti, finanziando il piano sul lavoro con spesa a deficit fino alla piena occupazione.

Quali sono i tuoi auspici per il futuro? Mi sembri essere convinto della mancanza di onestà dell’unione europea…

Sarò brutale. Vorrei che l’unione europea crollasse e si ritornasse ad una Repubblica democratica in questo paese. Nessuno deve essere obbligato a soccombere e disponiamo delle risorse economiche necessarie per garantire a tutti una vita felice. Banalizzando il discorso, basterebbe fare deficit e la nostra economia potrebbe rivivere una seconda giovinezza.

Grazie Ivan, è stato un bellissimo spunto sul quale riflette!

Grazie a te, è stato un piacere!

Gogoratzekoak:

Warren Mosler sul QE di Mario Draghi2

14 dicembre 2015

di Daniele Basciu

Warren Mosler evidenzia come, a seguito delle recenti (ennesime) dichiarazioni di Draghi riguardo la prosecuzione del QE e l’ulteriore taglio dei tassi fino al -0,3%, l’Euro si sia rafforzato anziché indebolirsi:

Così Draghi ha inasprito la tassazione sui depositi e questa volta l’Euro si è rafforzato. Forse i portafogli finanziari non hanno più euro da vendere, dal momento che l’elevato e crescente surplus commerciale [dell’Eurozona] li drena dai mercati globali? Inoltre portare via euro dai depositi pare non sia stato d’aiuto alla spesa per i consumi.

er-12-3-6

Gogoratzekoak:

Zer da hurrengoa? QE!!

QE EBrako: irtenbidea?

Quantitative Easing (QE) inozoentzat

Quantitative Easing (QE): Espainian ikasi dute (batzuek!), Euskal Herrian ez!

QE: Mosler eta Draghi, berriz…

Mario Draghi eta…

Draghi-k ez du ezer ikasi…

Draghi jauna: arren, atzera, lan egitera!

Draghi-k ez du ezer ikasi! (2)

Draghi-ren politika monetarioaren (QE) itxaropenak, gabeziak eta ondorioakPolitika monetarioa eta fiskala (W. Mosler tartean)

QE, historian egondako aberastasunaren transferrik handiena


Ikus http://www.retemmt.it/parliamo-mmt-scriptema-intervista-ivan-invernizzi/.

W. Mosler eta M. Hudson

Kelly Gerling‏ @kellygerling1

@StephanieKelton @wbmosler @ProfSteveKeen, does Michael Hudson get anything wrong in terms of MMT here?

Putting an End to the Rent Economy

by Michael Hudson

2017 abu. 16

Warren B. Mosler‏ @wbmosler

Replying to @kellygerling @StephanieKelton @ProfSteveKeen

Yes, lots…

Kelly Gerling‏ @kellygerling

Please help aspiring MMTers like me with critiques of Hudson’s articles and interviews, when needed, to sort out facts from falsehoods.


Warren Mosler DTMko (MMT) Nazioarteko Lehen Konferentzian

Warren Mosler at the First International Conference on Modern Monetary Theory

Scott Fullwiler‏ @stf181

MMT Conference program is now posted. Check back for updates. http://www.mmtconference.org/schedule/ 

2017 abu. 12

The First International Conference on Modern Monetary Theory

September 21

9:00 PM​​

Opening Remarks from Warren Mosler (Mosler Economics)

September 24

12:15 PM -1:45 PM LUNCH

Speaker: Warren Mosler (Mosler Economics)


Astoek aharrantzaka (Gabriel Aresti gogoratuz)

Ekonomialariak

Hona hemen ekonomialariek, oro har, eta EHkoek bereziki, erabiltzen duten metodo ‘zientifiko’ berria ekonomiaren etorkizuna aztertzeko.

irudia

Politika monetarioa erabili nahi dute inflazioaren aurka, behin eta berriz porrota lortuz.

Japonia da etsenplurik nabarmenena politika monetarioaren porrota eta defizit publikoen onurak, biak, erakusteko.

Ikus, besteak beste ondoko bi linkak:

Japonia: non dago inflazioa?

Japonia ezberdina ote? Ez, politika fiskalak funtzionatzen du

Brexit

Brexit afera ez dute ulertzen ekonomialari askok, gehienek?, eta kazetari guztiek. Azken hauek minuskulaz idazten dute Europan XXI mendean gauzatu den gertaerarik garrantzitsuena.

Ezjakintasuna, aipaturiko bi multzo horietan. ausartegia da.

Kazetariak

Ohikoa denez, in te middle of nowhere galduta…

Baina ikertzen:

Beste batzuen artean, ikus ondokoak:

Kazetariak eta deflazioa

Post-Brexit: Bill Michell eta kazetariak

Gehigarria

Tolin Eguzkitza zenak esaten zuen moduan, “bota iezaiozu sekulebedarra!

Sekulebedarra, Bizkaian erabiltzen den berba: astoei (ar eta emeei) asko gustatzen bide zaien belar oso goxoa.

Ondorioa

Euskal Herrian sekulebelarrezko zelai handiak, erraldoiak, prestatu behar dira, hainbeste astori bazka eman ahal izateko (oraingoz, asto gehienak, guztiak?, arrak dira).

Japonia ezberdina ote? Ez, politika fiskalak funtzionatzen du

Sarrera giza, ikus Japonia: non dago inflazioa?

Segida:

Bill Mitchell-en Japan is different, right? Wrong! Fiscal policy works1

(i) Japonia, sarrera: zertan datzan ‘desberdintasuna’2

(ii) The Guardian artikulua eta berorren ekonomialariak eta kazetariak3

(iii) BPG erreala (2007-2017)4

The following graph shows the growth of real GDP from the March-quarter 2007 to the June-quarter 2017. The annual growth (year-on-year) is in blue bars while the red line is the quarterly growth rate.

(…)

This is a very strong result and a testament to the on-going effectiveness of fiscal policy.

(iv) BPG eta salmenten zergak5

(v) Mitchell-en analisiak6

(vi) Kontsumo gastuak handituz7

(vii) Inbertsio gastuak handituz8

(viii) Hazkunderako laguntzak9

(ix) Kontsumitzaileen eta enpresen konfidentzia10

(x) Alokairu errealak handituz11

(xi) Bloomberg artikulua: defizitaz eta inflazioaz12

(xii) DTM eta Japonia13

(xiii) Bloomberg artikulua14

Ondorioak: (a) politika fiskalaz eta (b) politika monetarioaz

The latest national acccounts data continues to teach us lessons about monetary and fiscal policy.

We learn from the sales tax debacles and the most recent data that:

1. Fiscal policy works in both directions – trying to cut deficits when the economy is below full employment will reduce economic growth (and vice versa).

2. Monetary policy does little to stimulate real spending in a monetary economy and can not offset contractionary movements in fiscal policy. The Bank of Japan has been engaging in more quantitative easing and interest rates remain around zero – but there has so far been very little real GDP impact.


Ikus http://bilbo.economicoutlook.net/blog/?p=36631.

Ingelesez: “Japan is different, right? Japan has a different culture, right? Japan has sustained low unemployment, low inflation, low interest rates, high public deficits and high gross public debt for 25 years, but that is cultural, right? Even the mainstream media is starting to see through the Japan is different narrative as we will see. Yesterday (August 14, 2017), the Cabinet Office in Japan published the preliminary – Quarterly Estimates of GDP – which showed that the Japanese economy is growing strongly and has just posted the 9th quarter of positive annual real GDP growth. Private consumption and investment is strong, the public sector continues to underpin growth with fiscal deficits and real wages are growing. The Eurozone should send a delegation to Tokyo but then all they would learn is that a currency-issuing government that doesn’t fall into the austerity obsession promoted by many economists (including those in the European Commission) can oversee strong growth and low unemployment. Simple really. The Japan experience is interesting because it demonstrates how the reversal in fiscal policy can have significant negative and positive effects in a fairly short time span, whereas monetary policy is much less effective in influencing expenditure.

Ingelesez: “The UK Guardian article (August 15, 2017) – Japanese economy posts longest expansion in more than a decade – reported that:

Japan’s economy expanded at the fastest pace for more than two years in the three months to June, with domestic spending accelerating as the country prepares for the 2020 Toyko Olympics and low levels of unemployment encouraged businesses to invest …

The overall result was much stronger than expected by the market …

I presume that will mean the UK Guardian will refrain henceforth from publishing articles from economists or their own journalists that suggest that fiscal policy is ineffective, Japan is about to go bankrupt, Japan is about to hyper-inflate, or any other stupid claim that has been rehearsed since the early 1990s by mainstream commentators and which the likes of the Guardian have given oxygen.”

Ingelesez: “On an annual basis, Japan recorded an annual growth rate of 2.1 per cent in the June-quarter, the 9th quarter that annual growth has been positive.

The ‘sales tax’ recession of 2014 result, which was the direct outcome of neo-liberal incompetence is now well and truly behind it.

The quarterly growth rate was 1.0 per cent up from 0.4 in the March-quarter”

Ingelesez: “t is worth reminding ourselves of the folly of 2014 in Japan, which replicated the fiscal policy mistakes made in 1997.

In April 2014, the Abe government raised the sales tax from 5 per cent to 8 per cent.

After the sales tax hike, there was a sharp drop in private consumption spending as a direct result of the policy shift. At the time, I predicted it would get worse unless they changed tack.

It certainly did get worse. Consumers stopped spending and the impact of static consumption expenditure was that business investment then lags.

Here is the history of real GDP growth (annualised) since the March-quarter 1994 to the March-quarter 2015. The red areas denote sales tax driven recessions.

In both episodes, these recessions were followed by a renewed bout of fiscal stimulus (monetary policy was ‘loose’ throughout). In both episodes, there was a rapid return to sustained growth as a result of the fiscal boost.

Nothing could be clearer.

Ingelesez: “I provided detailed analysis of these historical shifts in these blogs:

1. Japan returns to 1997 – idiocy rules!.

2. Japan’s growth slows under tax hikes but the OECD want more.

3. Japan – signs of growth but grey clouds remain.

4. Japan thinks it is Greece but cannot remember 1997.

You might wonder what happened in 2002? The recession that occurred then in Japan was largely driven by an export collapse (remember the US went into recession during this period) and a tightening of net public spending. This then provoked a fall in private investment spending and a rising saving rate. It had nothing to do with the ratings decision.

Once exports recovered and public spending support resumed the economy then grew relatively strongly despite the lower sovereign debt ratings.

And then the 2007 crisis arrived.

Ingelesez: “Consumption spending growing strongly

Private consumption spending grew at 0.9 per cent in the June-quarter 2017 and by 1.8 per cent in the previous twelve months.

The following graph shows growth in private consumption spending since the March-quarter 2007 to the June-quarter 2017. The blue bars are the annual (year-on-year) outcome, while the red line is the quarterly result.

This is one of those magnificent graphs that you show students to demonstrate intervention effects of government policy. Private consumption growth was growing fairly strongly on up to the beginning of 2014, after the impacts of the GFC and the Tsunami had been overcome.

The sales tax hike had the predictable negative effect and the quarterly growth of private consumption ever since was rather subdued until confidence returned.

In the last three quarters, that confidence appears to have returned and household consumption growth has been robust.

This has been helped by strong growth in wages.”

Ingelesez: “Investment spending growing strongly

With the stronger household consumption spending and the generally better economic outlook for Japan, private capital formation is now also contributing strongly to growth.

That is a message that is often forgotten. Fiscal stimulus boosts confidence, consumers start spending, sales increase, and firms a motivated to expand productive capacity – a virtuous cycle.

These boosts are in contrast to the mainstream macroeconomics, which consistently claims that the non-government sector will cut spending if the fiscal deficit rises. It is total nonsense, of course.

The following graph shows the annual growth in private investment from the March-quarter 2007 to the June-quarter 2017.

The outlook is bright.

Part of this boost in capital formation is due to the infrastructure being built in preparation for the 2020 Tokyo Olympics. But the overwhelming influence is the brighter sales environment as consumers spend more freely.”

9 Ingelesez: “Contributions to growth

The next graph shows the contributions (in percentage points) to real GDP growth of the major expenditure categories in Japan over the last quarter and over the last 12 months (to the June-quarter 2017).

The annual results capture the impact of the introduction of the sales tax (April 2014) and its aftermath.

The major categories of expenditure that you would expect to be affected, either directly (private consumption) or indirectly (private investment) were negatively impacted.

It is also clear that over the last year, all the expenditure categories (public and private consumption, public and private capital formation, net exports) have contributed strongly to growth.

While net exports subtracted from growth in the June-quarter 2017, it boosted growth by 0.43 percentage points over the 12 month period.

The contribution of private consumption and investment is notable as is the sustained boost to growth from the public sector.”

10 Ingelesez: “Consumer and Business Confidence

The Japanese Cabinet Office publishes a – Monthly survey of Consumer Confidence. The latest results, released on August 2, 2017 (for a survey conducted in July 2017) tells us:

1. “Consumer Confidence Index (seasonally adjusted series) in July 2017 was 43.8, up 0.5 points from the previous month.”.

2. All components that influence the Consumer Perception Indices were positive:

Overall livelihood: 42.3 (up 1.2 from the previous month)

Income growth: 41.7 (up 0.1 from the previous month)

Employment:48.1 (the same as the previous month)

Willingness to buy durable goods:43.2 (up 1.0 from the previous month)

The Cabinet Office also publishes Monthly – Indexes of Business Conditions.

The latest result (August 7, 2017) showed that conditions were “Improving” in June 2017. The following graph is their latest time series (since January 2014).

Things have been looking up since mid 2016.

11 Ingelesez: “Real Wages growing steadily

The following graph shows the quarterly growth in real compensation for employees from the March-quarter 2007 to the June-quarter 2017.

With some exceptions, real purchasing power has been growing steadily since the sales tax disaster in 2014-15 was resolved with renewed fiscal expansion.”

12 Ingelesez: “I note that recently more commentators are starting to appreciate that Japan demonstrates, categorically, that mainstream macroeconomic theory is bereft and has no credibility.

A recent Bloomberg article (August 3, 2017) – Japan Buries Our Most-Cherished Economic Ideas – concludes that:

Japan is the graveyard of economic theories. The country has had ultralow interest rates and run huge government deficits for decades, with no sign of the inflation that many economists assume would be the natural result.

The “theories” should, in fact, be singular – mainstream macroeconomic theory (particularly New Keynesian economics).

13 Ingelesez: “Modern Monetary Theory (MMT) has always been able to embrace the evidential base produced by Japan.

There is no surprise to an MMT economist that:

1. Japan has large fiscal deficits relative to other nations.

2. It has relatively large gross public debt.

3. Its bond yields have been low and stable for decades.

4. It has had close to zero interest rates for decades.

5. It has low inflation.

6. It has very low unemployment.

It all comes down to understanding how the monetary system operates and the recognising capacities that a currency-issuing national government has to use fiscal and monetary to advance well-being.”

14 Ingelesez: “The Bloomberg article notes that:

Some economists think more fiscal deficits could help raise inflation. That’s consistent with a theory called the “fiscal theory of the price level,” or FTPL. But a quick look at Japan’s recent history should make us skeptical of that theory — even as government debt has steadily climbed, inflation has stumbled along at close to 0 percent

The mainstream theory doesn’t understand that fiscal deficits are no more likely to cause inflation as growth in non-government spending should the capacity of the economy be able to absorb the extra nominal spending.

If it is not capable, then there is no need to expand the deficit because the economy would already be at full employment!

But the Bloomberg journalist (Noah Smith) can see that Japan kills off mainstream economic theory, as an academic economist he still wants to hang on to it.

He claims that:

There’s just one catch — government debt.

With long-term interest rates very low and tax receipts rising due to economic growth, Japan’s mountain of government debt isn’t as bad as it appears. The government can roll over long-term bonds at increasingly low interest rates until interest payments essentially vanish. But as long as that mountain of debt remains, Japan will be forced to keep interest rates low. This situation is known as “fiscal dominance,” and it means the central bank no longer has effective control over its own monetary policy. That’s not catastrophic, but it’s not optimal. Inflation, if it ever materialized, could help erode that debt.

Which tells you that he hasn’t understood much at all.

And the terminology – “mountain of government debt” – is telling.

First, Japan’s central government debt to GDP ratio is in net terms – once you take into account the fact that the Japanese government holds huge stockpiles of financial assets – around 90 per cent.

Second, the Bank of Japan holds a significant amount of government bonds. If these are taken out the debt ratio drops to around 45 per cent

Hardly a mountain. But then who cares if the numbers were higher than this anyway? No-one should.

Japan can always meet its yen-denominated liabilities, irrespective of the interest rates. The only difference is that with low interest rates, the fiscal space is larger for non-interest payment spending.”

Autodeterminaziotik aitzina

apur dezagun katea

kanta dezagun batea

hau da fandango

biba berango”

(Gabriel Aresti, 1963)

(i) Brexit-en garrantzia:


(ii) Alegia, hauxe da bidea:

(a) Autodeterminazio eskubidea

(b) Demokrazia

(c) Erdia gehi bat

Ondorioz,

(d) Independentzia, nonahi

(iii) Escursus:

(A) Eurolandiaz: Europar Batasuna: zer ote da? CIA-k bultzatu ote zuen?; Italiako eliteek jakin zuten eurogunea desastre bat izango zela; Erromako tratatua eta geroko bilakaeraz

(C) Ezkerraz ere, hitz pare bat, ondoko linkean1

(C) Diruaz eta botereaz: Dirua eta boterea; XXI. mendeko langile botereaz hitz bi; DTM eta langile botereaz, Azken Ezker aurrerakoia

(iv) Euskal Herria independentziarako bidean

Oso laburtuta, eta hitz gutxitan hauexek lirateke Euskal Herrirentzako proposamenak:

(I) Sarrera, independentziaz: Sei (6) urrats XXI mendean independentista izateko

(II Segida: Ekonomiaz jakin nahi zenuen, eta galdetzeko ausartu ez zinen, ia guztia

(III) Gehigarria: Islandia: eredurik ereduena

Bide horretan segituko dut, nola edo hala, bakarrik zein konpainia batekin… ezker abertzaleko honi ez dio axola.

Lan praktikoa egiteko sine qua non-eko baldintza da eztabaidatzea eta jakitea nora joan nahi duen norberak.

Alegia, lan teorikoa eta eztabaida teoriko/praktiko sendo bat beharrezkoak dira, inoiz baino beharrezkoagoak, beste 25 urte berri galdu baino lehen.


Nondik gatozen (batzuk, noski!)

CIEMEN eta CONSEU

CIEMEN-etik: http://www.ciemen.cat/en/

Gero CONSEU…

CONSEU (http://www.ciemen.cat/entitat/la-historia/)

Conferència de Nacions sense Estat d’Europa (CONSEU), una plataforma de confluències, de reflexió i debat, per a unir esforços encaminats a canalitzar les lluites a favor dels drets dels pobles, davant la societat europea i el món. (…)

(i) 1976ko Argeleko Agiria: Herrien eskubideez deklarapen nagusia

(ii) 1990. Declaració Universal dels Drets Col·lectius dels Pobles (DUDCP)

http://www.ciemen.cat/entitat/els-eixos/

… la confecció de la Declaració Universal dels Drets Col·lectius dels Pobles (1990). De fet, aquest dossier ha esdevingut una de les columnes centrals del CIEMEN i l’element articulador del seu llenguatge.

La segona cimera de la CONSEU va aprovar una Declaració amb l’objectiu de precisar el concepte mateix de “poble” i de definir quins són els seus drets col·lectius. La Declaració és una proposta perquè sigui assumida pels organismes internacionals. [ca]

DECLARACIÓ UNIVERSAL DELS DRETS COL·LECTIUS DELS POBLES

http://www.ciemen.cat/wp-content/uploads/2015/02/1990_declaracio_drets_pobles.pdf

ICEC

(iii) EPI-tik ICEC-era

Trantsizioaz ikus ondoko link adierazgarria1.

ICEC zer den eta zertan datzan ondoan dago:

ICEC

The International Commission of European Citizens (ICEC) is an International NGO based in Brussels with delegations in Catalonia, Flanders, Scotland, Veneto, Euskal Herria and Sudtirol. It took its first steps in 2009, when few hundreds of International observers gathered in Catalonia, giving support to a grassroot Catalan movement of 60.000 volunteers who were organizing popular referendums around the country with the objective to gain a political majority to enable an official referendum to democratically determine the political future of Catalonia. ICEC became a structured European network that observe, analyse and take active part promoting different and diverse national and international campaigns which claim Democracy and citizenship participation as a key factor to engage European citizens interest into the necessary political debate among local communities and international groups. Democracy is not an entelechy but only exists when it is practiced, and with this founding core idea we work to promote a real political chain of transmission to transform popular will into institutional action and, therefore, achieve political realities based in people’s consensus.

Datuak: In 2013 ICEC promotes an international petition collecting 640.000 signatures demanding European Institutions to warrant the normal exercise of the right to self-determination within the EU.

Oharra: Euskal Herrian ez zen bildu boto bat ere ez, zero.

Boikota? Bai, erabatekoa gainera!2

ICEC eta DTM (Diru Teoria Modernoa)

Ikus ondoko linkak:

ICEC-Euskal Herria eta Warren Mosler

ICEC-Euskal Herria eta Warren Mosler (segida)

Warren Mosler eta ICEC-Euskal Herria

Vocale Europe delakotik ICEC-Euskal Herria delakora

Visca Catalunya Lliure!


Honela antolatu bide zuten boikota: (i) EPI, hots, European Partnership for Independence martxan jartzea zen hasierako helburua eta euskaldun batzuk independentziarekin (sic) ados ez zeudenean izena aldatu behar zela aipatu zuten: EPI delakotik ICEC (International Commission of European Citizens) delakora . (ii) Hala ere, sinadura bilketa EHn ZERO izan zen. (iii) Bi ordezkarik (ezagunak diren TR eta UU) Flandriako ICEC-eko bati esan zioten ez zeudela ados ICEC delakoarekin…

… segida nahiko ezaguna da…

Warren Mosler-en kreditu kontrola (10)

Sarrera gisa, ikus Warren Mosler-en kreditu kontrola (9)

Segida:

Credit check1

This kind of deceleration has always been associated with recession:


Bending the curve:


Actual lending continues to decelerate:

So for the last 6 months the Fed is seeing a steep decline in credit growth and a softening in price pressures, wage growth, employment growth, auto sales, home sales and permits, retail sales, and personal income. Apart from that things are looking up!
😉


Banku publikoa: zertarako?

Albistea: Un estudio más humano en busca de otra banca pública en Nafarroa

Iritzia: Otro pequeño paso para llenar el vacío de la CAN

Gogoratu: Banku publikoa? Zertarako?

Berriz, banku publikoa, zertarako?

Hobe bankugintzaz pixka bat ikasiko balute…

Gehigarria bankugintzaz:

Bankuak: kontulari sozialak;

Bankugintza: nolakoa?;

Bankugintza: bankuek airetik sortzen dute dirua;

Dirua: transakzio bertikalak eta horizontalak (1);

Dirua: transakzio bertikalak eta horizontalak (2);

Dirua: transakzio bertikalak eta horizontalak (3);

Dirua: transakzio bertikalak eta horizontalak (eta 4);

Bankugintza berriaz hitz bi;

Europar Batasuna: bankugintza batasun bakarra porrot egitera kondenatuta dago;

Bankugintza: beharrezko gogorapenak;

Bankugintzaz eta hitz jarioaz;

Moneta propioa eta bankugintza;

Big Banks (Banku handiak);

Bankuak, zer egin?;

Bankugintza eta diruaren gaineko kontrola;

Warren Mosler-ek Greziako bankuen itxieraz; …

Elkarrizketa Randall Wray-ri

Entrevista a Randall Wray1

Lucía Vicent y José Bellver


El economista Randall Wray es profesor de la Universidad de Missouri-Kansas City (EE UU) e investigador del Levy Economics Institute. En su último libro
Teoría Monetaria Moderna: manual de macroeconomía sobre los sistemas monetarios soberanos (Lola Books, 2015) propone un análisis crítico de la teoría ortodoxa monetaria y realiza un esfuerzo intelectual de proponer una alternativa a la política económica actual.

Estas cuestiones convergen en la línea de trabajo actual que Wray, como discípulo del fallecido economista Hyman P. Minsky, comparte con otros economistas postkeynesianos como William Mitchell, Wynne Godley, Jan Kragel, Warren Mosler o Steve Keen.

La entrevista publicada en el número 138 de la revista
Papeles de Relaciones Ecosociales y Cambio Global: ¿Hacia una nueva era?, ha sido elaborada por Lucía Vicent y José Bellver, del equipo de investigación de FUHEM Ecosocial.

Lucía Vicent (LV): En la teoría ortodoxa, así como en las palabras de sus voceros en el terreno político, suele hablarse del Estado o el sector público como si de una empresa o un hogar se tratase, en el sentido de “no gastar más de lo que ingresa”. En cambio, en tu libro Teoría Monetaria Moderna (TMM) aclaras que los desequilibrios presupuestarios del sector público no son negativos en sí mismos, y que, según la aplicación y los objetivos que orienten el gasto público, podría considerarse incluso deseable mantener unos niveles altos de endeudamiento. ¿Nos explicarías los motivos de esta apreciación? Y, bajo tal concepción, ¿cómo valorarías los límites de deuda y gasto público impuestos por el Tratado de Maastricht a los países de la UE?

Randall Wray (RW): Los hogares y las empresas son usuarios de la moneda mientras que el gobierno soberano es el emisor. Esto marca una gran diferencia: los usuarios pueden quedarse sin moneda pero los emisores no. Si un usuario se compromete a pagar con moneda, hay una posibilidad de que esa persona no sea capaz de obtener ese dinero y se vea obligado a incumplir dicho compromiso. El emisor, por el contrario, no está forzado al default,1 ya que la promesa podrá cumplirse mediante la emisión de la moneda. El gobierno soberano no puede declararse insolvente o incurrir en un default a causa de promesas de pago –deuda– nominadas en su propia moneda. Esto no debería ser objeto de controversia; incluso Alan Greenspan lo ha declarado explícitamente.

La otra cuestión que debe atenderse es que la deuda soberana la posee el sector no gubernamental (el sector privado doméstico y el sector exterior) en forma de activo. Esto, que necesariamente significa que el sector no gubernamental tiene un superávit, parece olvidarse en los debates acerca de la conveniencia de incurrir en un déficit presupuestario. Cada dólar o euro de deuda pública se compensa exactamente por un dólar o euro de los activos en manos del sector privado. Limitar el crecimiento de los déficits y la deuda pública supone, por definición, limitar el incremento de la riqueza financiera del sector privado. Es importante entender que la deuda pública es subyacente a todo el sistema financiero: debido a que la deuda pública soberana no acarrea ningún riesgo de incumplimiento o insolvencia involuntaria, esta se convierte en el activo más seguro utilizado como garantía por el sistema financiero y se mantiene en su cartera como una cobertura contra las adversidades.

El problema en la zona euro es que aquí cada Estado miembro renunció a su propia moneda al adoptar el euro. Los miembros individuales ya no son los emisores de la moneda en el sentido en el que he utilizado el término; son ahora usuarios. El Banco Central Europeo (BCE) es el emisor, y la solvencia de los Estados miembros dependerá, en última instancia, de la voluntad del BCE de proporcionar los euros necesarios para cumplir las promesas realizadas por los gobiernos de los países miembros. Esa disposición se puso a prueba después de la Crisis Financiera Global (CFG) y, como pudimos comprobar, el BCE no ha respondido de manera tranquilizadora hacia los mercados financieros sobre el riesgo de impago. Parece más claro, en cambio, que el BCE dejase que un Estado miembro se declare en default, e incluso forzar la salida de algún país de la Eurozona (EZ).

La EZ puede ser vista o bien como un caso en el que cada miembro ha adoptado una moneda extranjera (el euro –una “euroización” de la economía) o bien como un caso de tipo de cambio fijo frente al euro. En cualquier caso, esto obligó a las naciones a abandonar el espacio de la política fiscal como he señalado antes. Estas pueden llegar a ser insolventes y ser forzadas al default.

LV: En Europa se alega que el sector público debe de garantizar unas “finanzas saneadas” pero, según la TMM, esta opción supone consecuencias negativas para otros sectores de la economía y para la población. En la actual crisis en la que se encuentra sumergido el “mundo desarrollado” y, en concreto, Europa, ¿qué implicaciones conlleva para el sector privado y el sector exterior esta apuesta política?

RW: Dentro de la EZ, los países miembros han renunciado a un grado determinado de soberanía monetaria y se han entregado a la voluntad del BCE. Por tanto, el hecho de limitar la política fiscal –adoptar unas “finanzas públicas saneadas”– es una cuestión de prudencia dado que, de lo contrario, corren el riesgo de enfrentarse a la ira del BCE (y del resto de la troika). En el plano interno, en cada país miembro, esto constriñe al sector privado ya que si el gobierno trata de avanzar hacia un equilibrio (o, peor aún, hacia un superávit) presupuestario, esto significa que, de mantenerse todo igual, el excedente normal del sector privado (o ahorro financiero) se reducirá. La situación será aún peor para aquellos países miembros que no puedan alcanzar el superávit en su cuenta corriente, es decir, para aquellos que tengan déficits comerciales porque, como sabemos, el saldo presupuestario del gobierno equivale a la suma de los saldos del sector privado y del sector exterior. Por ejemplo, si el gobierno de un país registra un equilibrio presupuestario (gastos igual a ingresos) y la economía del país muestra un déficit por cuenta corriente (importando más de lo que exporta), entonces, por identidad contable, el sector privado estará incurriendo en un déficit (sus gastos serán superiores a sus ingresos en una cantidad igual al déficit por cuenta corriente). Como muestra la CFG, esta es una situación extremadamente precaria que provoca la generación de deuda del sector privado para crecer, la cual acaba desencadenando una crisis financiera.

Solo un puñado de países de la EZ puede registrar superávit por cuenta corriente (y téngase en cuenta que por cada superávit tiene que haber un déficit por cuenta corriente en alguna otra parte). Alemania es el único país que puede registrar grandes superávit por cuenta corriente, y la mayor parte de sus excedentes se dan con otros países miembros. La EZ, tomada en su conjunto, solo registra un pequeño superávit en relación con el resto del mundo; la mayor parte de los “desequilibrios” se producen dentro de la misma, con la mayoría de los miembros de la EZ con unos niveles de deuda exterior que permiten que Alemania mantenga su superávit comercial. Lo que esto significa es que la EZ funciona en beneficio de Alemania, que puede funcionar con unos presupuestos fiscales relativamente ajustados, con un superávit por cuenta corriente que permite ahorrar a su sector privado y le evita incurrir en deudas. Otros países como Grecia y España incurrieron en déficits comerciales que tuvieron que ser compensados con déficits internos; el sector privado de la economía española registró enormes déficits y deudas que acabaron generando una crisis, al igual que el sector público griego incurrió en los mismos problemas y se le forzó a doblegarse ante la Troika. El resto, como suele decirse, es historia ya que ambos países languidecen en un profundo estancamiento económico con altas tasas de desempleo.

LV: El argumentario que ha prevalecido durante la recesión para justificar la contención del gasto público y el ajuste salarial en Europa incide en las potencialidades que una mejora de la competitividad –vía precios– podría suponer para la recuperación económica. Una opción acogida por Alemania en la etapa anterior y que es señalada por muchos como una estrategia de nivelación a la baja o, como bien señalas, una “carrera de fondo” hacia el nivel cero ¿qué consecuencias supondría que todos los países tomaran este camino?

RW: Esta es fundamentalmente una política destinada a empobrecer al vecino. Por cada país con superávit comercial debe haber una nación con déficit. Las naciones deficitarias pueden responder de alguna de estas tres maneras: erigir barreras comerciales; adoptar la austeridad para recortar los salarios y depreciar la moneda; o la guerra. En el caso de la EZ, las barreras comerciales y la depreciación de la moneda son opciones legislativamente descartadas. La “carrera a la baja” (race to the bottom) que supone el recorte de los salarios podría funcionar para algunos, pero solo temporalmente. Los ganadores de esa carrera que no se encuentran en la EZ, sino más bien en algún lugar de Asia. Irónicamente, la UE fue creada para desterrar la guerra, pero la configuración de la EZ está convirtiéndola en un plan alternativo.

LV: En línea con lo anterior, ¿qué propuestas existen capaces de combinar unos niveles de competitividad adecuados en la UE al tiempo que se garantizasen unos niveles cercanos al pleno empleo y unas condiciones laborales adecuadas?

RW: Dentro de una unión monetaria, la única estrategia que tiene sentido es nivelar hacia arriba: elevar los estándares de las zonas menos “desarrolladas”, las más pobres y con mayores tasas de desempleo, a la altura de las zonas más ricas y con mayores tasas de empleo. Esa fue la estrategia seguida en la “unión del dólar” (EE UU), al menos en la época más progresista (New Deal de Roosevelt).

La EZ ha seguido el camino equivocado –nivelación hacia abajo– mientras que Alemania ha logrado hasta ahora proteger sus ventajas y las naciones de la periferia han sido las que han acarreado con los costes de la EZ. Sin embargo, a medida que la EZ se expanda y la producción de Alemania se mueva hacia los bordes de la EZ y la UE, e incluso más allá, las consecuencias negativas acabarán notándose con el tiempo y también en Alemania. La competencia solo es beneficiosa en un contexto en el que se protejan unos estándares adecuados en el terreno laboral; de lo contrario, la competencia empuja los estándares (y el nivel de vida) al mínimo denominador común y este, una vez más, habrá que encontrarlo en Asia, no en Europa.

LV: Ligado al eje argumental de tu último libro en el que se incluye una relación entre dos variables, inflación y empleo, que han orientado la política económica en Europa, ¿dirías que existe una propuesta que hiciera
posible conseguir el pleno empleo sin crear inflación?

RW: Sí, claro, a través de la propuesta de trabajo garantizado. No voy a entrar en detalles, pero este es un programa de creación de empleo financiado por el gobierno central y soberano. Proporciona un salario digno y establece normas de trabajo decentes (beneficios, horas, condiciones) que se convierten automáticamente en los estándares mínimos ofertados en el sector privado dado que los trabajadores cuentan de antemano con esta opción. Cómo se ejecuta de manera precisa el programa y qué tipo de trabajos se realizarán ha de determinarse desde las instituciones, la cultura, la política y las necesidades nacionales. No hay ninguna razón para que el gobierno central formule y ejecute los proyectos pero tendrá que rendir cuentas de la gestión de los mismos.

Este programa evita la deflación y la dinámica de la “carrera a la baja” que señalaba al proporcionar un suelo nacional en términos de salario y condiciones de trabajo. Pero también ayuda a combatir la inflación al crear una reserva de estabilización de empleo (un “ejército de reserva de empleados”).

LV: Con frecuencia, cuando se habla de soberanía monetaria se compara la situación de EE UU con la de la UE, pero ¿qué contrastes podríamos destacar entre la Reserva Federal y el BCE que han condicionado la toma de decisiones de política monetaria?

RW: La Reserva Federal es claramente el banco central del Tesoro de EE UU. Hace y recibe pagos del Tesoro y, si no hay más remedio, se ocupa de su deuda para mantener bajos los tipos de interés (como lo hizo en la segunda guerra mundial). Es una criatura del Congreso de EE UU, el cual puede decirle lo que tiene o no tiene que hacer. En tiempos de crisis, pondrá en marcha medidas extraordinarias para rescatar a los bancos, sin importar la circunstancia que les aqueje.

El BCE, en cambio, no opera como banco central para los Estados miembros ni tampoco es la criatura de ningún congreso o parlamento. Nunca fue diseñado para asumir la deuda de los gobierno para mantener bajos los tipos de interés ni nunca estuvo previsto que les rescatase y, por supuesto, tampoco a los bancos. De hecho, el BCE actuó contra los bancos de Grecia y Chipre por lo que todo indica que no solo se sentará a mirar lo que pasa en la “carrera” entre las entidades bancarias sino que, incluso, animará desde la grada.

LV: No han sido pocas las menciones que has realizado sobre la insostenibilidad del euro, su reforma y lo que ha supuesto su implantación en la EZ ¿cuáles serían los puntos más urgentes a resolver? ¿A qué han renunciado los países que han acogido el euro? ¿Te posicionarías a favor de la salida de la moneda única o ves más opciones frente a las medidas de auteridad?

RW: Se necesita una unión monetaria con un mayor grado de perfección. Podría mirarse hacia la unión monetaria del dólar en EE UU a modo de guía. Es bastante fácil ver qué es lo que hay que hacer y no creo que haya ya ningún economista que no pueda intuir el camino que hay que seguir. Las barreras que nos hemos encontrado, al fin y al cabo, son todas de carácter político.

La renuncia por parte de los miembros de la EZ ha sido básicamente la independencia fiscal y la soberanía monetaria. El gran Wynne Godley argumentó que el momento en que los Estados llegarían a ser relegados a la condición de colonias y hoy no parece haber mucha duda de que, en cierta medida, esto ha ocurrido: un gran número de integrantes han sido colonizados por los intereses existentes detrás de la troika.

En cuanto a la salida del euro, lo cierto es que es la mejor respuesta a largo plazo a menos que el sistema pudiera ser reformado en lo esencial. Digo a largo plazo porque en una salida en el corto plazo supone costes elevados y, en gran medida, desconocidos. La austeridad no es una respuesta. La reforma es mejor; si esto no fuera posible, entonces la salida sería la única respuesta sensata.

LV: Señalas también que el sistema financiero más que actuar a favor de todas las personas, parece limitado a enriquecer a los dirigentes de las instituciones financieras. ¿Qué forma debería de tener, en tu opinión, un sistema financiero destinado al interés general?

RW: Bueno, eso es un gran tema. Permitidme que lo exprese de manera resumida: reconstituir el sistema financiero para que sea simple, pequeño y seguro. Comencemos por investigar, procesar y sancionar a la alta dirección de todas las mayores instituciones financieras. Todas ellas han admitido haber participado en numerosos y masivos fraudes. Y todo indica que siguen haciéndolo. Han de presentarse cargos siempre y cuando sea posible, y después proceder a cerrar muchas de estas instituciones de una forma ordenada.

Supongo que nosotros (EE UU, Reino Unido y Europa) necesitamos un sistema financiero que sea mucho más pequeño que el que tenemos en la actualidad, tal vez una décima parte del tamaño que hoy tienen. La mayor parte de las “innovaciones” financieras solo sirven a los intereses de estos gigantes financieros y deberían ser eliminadas. Resoluciones, enjuiciamientos y regulaciones estrictas de las prácticas harán que el sistema sea más seguro y esté mejor situado para servir a lo que Hyman Minsky llamó «el desarrollo capital de la economía».

1 El término default es utilizado para hacer referencia a una situación de impago o declaración de insolvencia económica. [Nota de edición].